Ricerca e Sviluppo


Con ricerca e sviluppo si intende il complesso di attività creative intraprese in modo sistematico sia per accrescere l’insieme delle conoscenze sia per utilizzare tali conoscenze per introdurre nuovi prodotti e servizi, nonché nuovi metodi per produrli, distribuirli e usarli.
Secondo i dati dell’indagine svolta in Europa e coordinata dall’Eurostat, il 41,5% delle aziende manifatturiere europee ha introdotto o era impegnata nell’introduzione di innovazioni tecnologiche, mentre la percentuale nel settore dei servizi destinati alla vendita era del 37%. La quota di imprese innovatrici varia considerevolmente tra i paesi europei e tra i settori. Nel settore manifatturiero Germania, Irlanda, Belgio, Danimarca e Austria fanno registrare percentuali tra il 58 e il 73%, mentre Italia, Spagna e Francia si collocano appena al di sotto della media europea. Nel caso delle imprese del settore dei servizi la variabilità tra paesi è inferiore a quella del settore manifatturiero. In Italia, la quota di imprese innovatrici del settore manifatturiero oscilla tra un minimo del 32% degli alimentari, tessili, legno a un massimo del 77% delle macchine per ufficio. Nel caso del settore dei servizi si passa dal 23% del commercio al dettaglio al 55% delle poste e telecomunicazioni.
In media quasi un decimo (8,5%) del fatturato delle imprese europee proviene da prodotti nuovi o significativamente migliorati rispetto a quelli già disponibili sul mercato. Le percentuali non variano molto tra paesi e, tra i principali, l’Italia si colloca tra i primi con il 9,7%, preceduta da Finlandia (12,5%) e Svezia (11,1%). Nel processo innovativo, la metà della spesa è impiegata per acquisire macchinari e apparecchiature che incorporano nuove tecnologie, mentre il resto dell’investimento è destinato all’acquisto di conoscenze sotto forma di brevetti, invenzioni non brevettate, licenze, know-how, progetti, servizi tecnici, alla formazione del personale, all’attività di esplorazione dei mercati e di definizione dei prodotti innovativi (marketing). La struttura della spesa delle imprese italiane del settore dei servizi è analoga a quella del manifatturiero. Nella media dei 27 paesi gli effetti più rilevanti attengono ai prodotti: (a) il miglioramento della loro qualità (37,8%); (b) l’estensione della gamma di prodotti offerti (34,2%); (c) l’aumento della quota di mercato detenuta dall’impresa (29,4%).
L’impatto sui processi assume una minore rilevanza, in particolare per quanto riguarda la riduzione del costo dei fattori produttivi tradizionali quali il lavoro, i materiali e l’energia. Infine, gli effetti percepiti sull’ambiente, sulla salute, sull’adeguamento a normative tecniche e standard sono citati da meno del 20% delle imprese. Nel complesso emerge tra le imprese europee una visione dell’innovazione fortemente legata alla competizione sul mercato e poco orientata da fattori di contesto sociale e ambientale. Le imprese italiane puntano più sulla qualità che sull’aumento dei nuovi prodotti, appaiono più sensibili alla riduzione del costo del lavoro mediante tecnologie di processo, e sono allineate a quelle degli altri paesi per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente, la salute e l’adeguamento alle relative normative. L’innovazione tecnologica molto spesso va di pari passo con mutamenti nell’organizzazione e nelle pratiche commerciali. Nel settore manifatturiero italiano il 57% delle imprese innovatrici ha introdotto anche innovazioni non tecnologiche, sia in campo organizzativo (nuove tecniche manageriali, nuove modalità di organizzazione del lavoro, mutamenti nelle relazioni con altre imprese o istituzioni pubbliche, 50%) sia commerciale (modifiche nelle caratteristiche estetiche dei prodotti, nuove tecniche di commercializzazione o distribuzione dei prodotti o servizi quali il commercio elettronico, il franchising, le licenze di distribuzione, 32%). La propensione delle imprese del settore dei servizi a introdurre anche innovazioni organizzative o commerciali è ancora superiore: le percentuali sono rispettivamente del 63%, del 56% e del 30%.
La letteratura economica è concorde nell’affermare che la ricerca e lo sviluppo sono tra i principali motori dello sviluppo economico. Un vasto numero di studi empirici a livello di singola impresa, di settore economico, di intera economia nazionale ha mostrato che l’attività di ricerca genera un impatto positivo sul valore aggiunto e sull’aumento della produttività. In alcuni paesi il tasso di ritorno dell’investimento nella R&S a livello di singola impresa, che oscilla tra il 20% e il 30%, è più che doppio di quello in macchinari e attrezzature. Il tasso di ritorno varia sensibilmente tra innovazioni di prodotto e di processo. Il vantaggio per l’intera società è ancora più elevato quando la singola innovazione si diffonde in tutto il sistema sociale ed economico migliorando lo standard di vita e di prosperità.
Dall’inizio degli anni ‘80 fino all’affermarsi della globalizzazione alla fine degli anni ‘90, la competizione sui mercati dei prodotti tecnologicamente avanzati si è fatta più acuta, soprattutto per la concorrenza esercitata dai Paesi emergenti. Questo inasprimento della competizione internazionale ha obbligato i Paesi dell’Unione Europea (UE) a intensificare il sostegno nel campo della ricerca. In Italia, la prima istituzione legislativa del credito d’imposta per innovazione in tema di ricerca e sviluppo si deve alla legge finanziaria del 2006. Le risorse previste dalla legge finanziaria 2006 per il periodo d’imposta 2007-2009, visto l’alto numero di domande, si esaurirono però già nel maggio 2009, con conseguente chiusura dell’intervento. La successiva legge finanziaria stabilì risorse aggiuntive per gli anni 2010-2011. A queste si aggiunsero quelle del decreto “Destinazione Italia” del 2013, tuttavia non sufficienti a rispondere a tutte le richieste. Così, il legislatore, con la legge di stabilità 2015, ha introdotto una nuova disciplina del credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo per incentivare le aziende che decidono di investire in tale settore, consentendo loro di recuperare parte di quanto hanno già speso, scontandolo successivamente dalle imposte dovute.

Oggi questa normativa è stata prorogata fino al 31/12/2022, con la legge di bilancio 2021 (L. n. 178/2020), che ha anche provveduto ad apportare delle modifiche relativamente alle percentuali del credito d’imposta. La nuova disciplina opera per il periodo di imposta successivo al 31 dicembre 2019 e fino a quello in corso al 31 Dicembre 2022. La Legge di Bilancio 2021 ha inoltre confermato anche per gli anni 2021 e 2022 le modifiche apportate dall’art. 244 del DL 34/2020, che aveva introdotto una maggiorazione dell’aliquota del credito d’imposta per gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo destinato alle imprese operanti nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia (nonché solo per l’anno 2020 nelle Regioni Lazio, Marche e Umbria, colpite dagli eventi sismici del 2016 e 2017) al fine di incentivare l’avanzamento tecnologico dei processi produttivi e gli investimenti in ricerca e sviluppo, ricomprendendovi i progetti di ricerca e sviluppo in materia di Covid-19.