Innovazione nelle PMI: le opportunità dell’Open Innovation per le imprese italiane

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Il terzo Workshop dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, tenutosi il 5 marzo 2026, ha restituito una fotografia articolata del rapporto tra piccole e medie imprese italiane e innovazione aperta. I dati presentati confermano un paradosso: mentre la pressione competitiva impone di innovare, la maggior parte delle PMI non ha ancora adottato strumenti strutturati per farlo. Eppure le opportunità esistono, a patto di conoscere le dinamiche che governano le collaborazioni efficaci.
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Lo scenario dell’innovazione in Europa e in Italia

Secondo l’Innovation Index della Commissione Europea (2025), il continente fatica a tenere il passo dei leader globali dell’innovazione. L’Europa ha registrato un miglioramento inferiore rispetto ai grandi competitor internazionali, e l’Italia si colloca al quattordicesimo posto nella classifica continentale, rientrando nel gruppo degli “Innovatori moderati”. Non una bocciatura, ma nemmeno un risultato che possa rassicurare il tessuto produttivo nazionale.

I punti di forza del sistema italiano risiedono nella produttività delle risorse, nei depositi di domande per disegni industriali e nelle co-pubblicazioni scientifiche pubblico-private. Sul versante opposto, pesano la bassa quota di popolazione con istruzione terziaria, la spesa contenuta in ricerca e sviluppo da parte delle imprese e la scarsa mobilità lavorativa delle risorse umane.

Dal 2018 si registrano miglioramenti significativi nell’adozione del cloud computing, nella collaborazione tra PMI per finalità innovative e nell’accesso a Internet ad alta velocità. I progressi più recenti, dal 2024, riguardano le PMI che introducono innovazioni di processo e di prodotto, oltre all’aumento degli occupati in imprese che innovano. Tuttavia, persistono peggioramenti nelle spese per innovazione non legate alla ricerca e sviluppo, nella formazione continua e nelle spese in innovazione per persona occupata.

La crisi dei modelli tradizionali di innovazione

Le cifre illustrate durante il Workshop tratteggiano uno scenario in cui l’immobilismo equivale a un rischio esistenziale. La vita media di un’azienda presente nell’indice S&P è scesa da sessantasette anni nel 1920 a quindici-sedici anni oggi. Le proiezioni indicano che nei prossimi dieci anni il 40% delle società attualmente nello S&P scomparirà dalla lista. Il dato storico è altrettanto eloquente: delle cinquecento maggiori aziende al mondo nel 1955 (tra cui nomi come Kodak, Polaroid, Lehman Brothers, Nokia) l’88% non figurava più nella classifica Fortune 500 nelle rilevazioni successive.

Questi numeri segnalano che nessuna impresa, indipendentemente dalla dimensione, può considerarsi al riparo dal cambiamento. Per le PMI italiane, che rappresentano la spina dorsale dell’economia nazionale, la sfida è duplice: innovare con risorse limitate e individuare modelli sostenibili per farlo. La risposta, secondo i ricercatori del Politecnico di Milano, passa dall’Open Innovation.

Che cos’è l’Open Innovation e perché interessa le PMI

Il concetto di Open Innovation, formulato da Henry Chesbrough nel 2003, definisce l’uso intenzionale di flussi di conoscenza in entrata e in uscita per accelerare l’innovazione interna e ampliare i mercati per l’utilizzo esterno dell’innovazione stessa. In termini pratici, significa che un’impresa non deve necessariamente sviluppare tutto al proprio interno, ma può attingere a competenze esterne (startup, università, centri di ricerca) e, al contempo, valorizzare le proprie idee rendendole disponibili ad altri attori. Per chi desidera approfondire il quadro degli strumenti a disposizione delle imprese che investono in tecnologia, il tema dei beni strumentali 4.0 e dei relativi vantaggi fiscali rappresenta un tassello complementare rilevante.
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I tre approcci all’innovazione aperta

L’Osservatorio distingue tre modalità operative. L’approccio Outside-in (o Inbound) prevede di incorporare idee e tecnologie provenienti dall’esterno per ridurre costi e tempi di sviluppo. L’approccio Inside-out (o Outbound) consiste nel rendere accessibili ad attori esterni le proprie innovazioni, affinché possano svilupparne di nuove. Il terzo modello, denominato Coupled, combina i due approcci precedenti per generare congiuntamente innovazioni commercializzabili con partner selezionati.

Gli strumenti operativi per le PMI

Sul fronte Inbound, le azioni concrete includono attività di Startup Intelligence, hackathon, Call4Ideas, collaborazioni con università e centri di ricerca, crowdsourcing, partner scouting, operazioni di merger & acquisition, corporate venture capital e programmi di incubazione e accelerazione aziendale. Per quanto riguarda l’Outbound, gli strumenti spaziano dalle joint venture ai modelli di business basati su piattaforma, dal licensing alla cessione di brevetti, fino allo spin-off e al corporate venture building. Ciascuno di questi strumenti richiede un diverso livello di investimento, impegno del team e genera impatti potenziali differenti.

L’adozione dell’Open Innovation: grandi imprese e PMI a confronto

Il divario tra grandi aziende e PMI nell’adozione dell’innovazione aperta resta marcato. Tra le grandi imprese, la quota di adozione è cresciuta dal 57% nel 2018 all’86% nel 2025, su campioni superiori a centotrenta realtà. Tra le PMI, il percorso è più lento: si è passati dal 28% nel 2019 al 37% nel 2025.

Il dato più significativo riguarda la consapevolezza. Il 46% delle PMI non conosce affatto l’Open Innovation; il 25% la conosce ma non ne ha mai valutato l’adozione. Solo il 6% dichiara di conoscerla e di stare effettivamente implementando pratiche strutturate.

La collaborazione diretta con startup resta un fenomeno marginale: il 68% delle PMI non ha mai avviato progetti congiunti con realtà innovative, e appena il 4% lo ha fatto nel corso del 2025. Il quadro evolutivo della trasformazione digitale legata al paradigma Impresa 4.0 conferma come le imprese di dimensioni più contenute fatichino ancora ad abbracciare modelli innovativi consolidati.
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I benefici ricercati dalle PMI che scelgono l’innovazione aperta

Le PMI che hanno intrapreso percorsi di Open Innovation cercano risultati tangibili. Il 54% punta ad avviare cambiamenti di processo e organizzativi, il 43% mira a garantire ritorni economici diretti.

Il 41% intende aumentare conoscenze e competenze interne, e un’analoga percentuale vuole diminuire i costi e i rischi legati alle attività di innovazione. Il 27% inserisce tra le priorità il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità, mentre il 18% aspira a una trasformazione culturale interna all’organizzazione.

Collaborazioni PMI-Startup: i fattori che determinano il successo

L’Osservatorio ha analizzato le cosiddette microfoundation, le attività di base, le esperienze pregresse, gli atteggiamenti e le routine, che influenzano e modellano l’esito dei progetti di Open Innovation tra PMI e startup. Ogni fattore è stato classificato come antecedente (elemento strutturale) o comportamento (linea di condotta osservabile), e successivamente riclassificato come abilitatore o freno alla collaborazione.

Fattori abilitanti e freni alla collaborazione

Dal lato delle PMI, gli abilitatori principali sono la ricerca attiva di collaborazioni per l’innovazione, le competenze manageriali consolidate e il coinvolgimento diretto delle risorse del CEO. Il principale freno è rappresentato dai vincoli di capacità operativa. Per le startup, risultano determinanti la validazione e credibilità esterna ottenuta (ad esempio tramite finanziamenti pubblici), l’esplorazione strategica di tecnologie emergenti, l’apertura verso collaborazioni orientate all’innovazione, nonché il commitment e la flessibilità del fondatore. I freni includono risorse limitate e una limitata esperienza gestionale.

A livello congiunto, le relazioni personali preesistenti, la compatibilità personale e la condivisione di visione e valori costituiscono i principali catalizzatori. La divergenza nelle priorità rappresenta invece la barriera più rilevante. L’analisi evidenzia un risultato contro-intuitivo: anche l’interazione di due fattori apparentemente abilitanti può generare esiti negativi, a conferma che il successo dipende dalla combinazione complessiva degli elementi in gioco.

I casi studio analizzati dall’Osservatorio

Sette progetti di collaborazione tra PMI e startup sono stati esaminati in profondità. Spaziano dalla campagna di marketing omnicanale nel settore agricolo (2016) alla realizzazione di un filato inorganico ecologico per la moda (2021), dallo sviluppo di soluzioni digitali basate su intelligenza artificiale per il riconoscimento tessuti (2016) alla costruzione di pannelli antivibrazione per la protezione di monumenti storici (2018). Altri casi riguardano esoscheletri ergonomici combinando ingegneria e biomeccanica (2021), maschere respiratorie con filtrazione intelligente (2018) e l’integrazione di sensori IoT nell’edilizia (2022). In tutti i casi, il ruolo delle relazioni personali e dei contatti comuni (università, associazioni di categoria) si è rivelato cruciale nell’avvio della collaborazione.

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Le raccomandazioni per favorire l’Open Innovation nelle PMI

I ricercatori del Politecnico hanno sintetizzato alcune direttrici operative. La prima riguarda la necessità di coltivare un network orientato all’innovazione, promuovendo internamente un approccio di apertura verso nuove collaborazioni. La seconda insiste sull’importanza di instaurare una comunicazione efficace con i partner di progetto, stabilendo obiettivi chiari e riducendo eventuali disallineamenti per creare un rapporto di fiducia.

Prima di intraprendere progetti di Open Innovation, è fondamentale individuare e rafforzare i fattori organizzativi abilitanti. Per i fondatori di startup, la leva risiede nell’apertura alla collaborazione, nell’impegno costante e nella flessibilità. Occorre inoltre affrontare in modo strutturato la scarsità di risorse e la limitata esperienza nella gestione aziendale, ad esempio introducendo nuove competenze o ricercando supporto esterno.

L’approccio suggerito è umano-centrico: gli incentivi economici sono necessari, ma non sufficienti. L’azione di soggetti intermedi tra PMI e startup, i cosiddetti “honest broker”, può facilitare il contatto iniziale e aumentare la probabilità di successo. Le imprese interessate a percorsi di innovazione tecnologica supportati da agevolazioni pubbliche possono valutare le opportunità offerte dal piano Transizione 5.0.

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Diego Vanni Macaluso

Laureato in Scienze Politiche (vecchio ordinamento) nel 2001 presso l'Università degli Studi di Firenze, consegue successivamente una laurea specialistica in Analisi e Politiche dello Sviluppo Locale e Regionale. Lavora da più di 20 anni nel campo dei fondi strutturali e dal 2023 è parte dell'Ufficio Tecnico di Golden Group, divisione Sviluppo. Si occupa dell'analisi delle normative, del calcolo delle dimensioni aziendali e dello studio dei rapporti e delle relazioni delle istituzioni pubbliche e private scrivendo relazioni sui temi della finanza agevolata e delle politiche pubbliche e industriali.

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