Intelligenza artificiale nelle imprese italiane: la mappa dell’adozione nel biennio 2024-2025
L’Ufficio Studi Confcommercio ha diffuso la seconda nota del progetto dedicato alla diffusione dell’Intelligenza Artificiale nel tessuto produttivo nazionale, un lavoro che incrocia le rilevazioni Istat sulle tecnologie dell’informazione con i bilanci depositati dalle società di capitale. Il risultato è una fotografia inedita nel panorama italiano, costruita su misurazioni verificabili anziché su previsioni suggestive: come annota Mariano Bella nella sintesi introduttiva, qui parlano gli analisti e non i guru.
Un’adozione che accelera, ma resta selettiva
Il primo indicatore da mettere a fuoco riguarda il tasso di adozione: nel 2025 il 16,2% delle imprese con più di dieci addetti utilizzava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, contro il 12,7% dell’anno precedente. In termini assoluti si passa da 26.419 a 34.863 unità, con una progressione del 32% che segnala un fenomeno in piena espansione e non un episodio congiunturale.
La soglia di una sola tecnologia, però, dice poco sulla reale penetrazione dello strumento nei processi produttivi. Per questo la nota introduce un criterio più severo, quello degli adottanti forti, ossia le aziende che hanno integrato almeno quattro tecnologie tra le sette monitorate: una platea che nel 2025 si ferma al 2% del totale, in crescita dall’1,7% del 2024. Il salto sui valori assoluti resta comunque considerevole, con un incremento del 26,5%.
Anche la dinamica interna al campione merita attenzione. Circa l’80% delle imprese che già impiegava l’IA nel 2024 ha confermato la scelta l’anno successivo, a fronte di una quota di abbandono vicina al 19% ampiamente compensata dal 24,4% di nuovi ingressi. Il bilancio netto racconta un movimento a senso unico, con una progressione che nel campione non ponderato porta gli utilizzatori dal 22,6% a oltre il 37%.
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La mappa settoriale ribalta il racconto corrente
Le attività professionali, scientifiche e tecniche guidano la classifica con il 43,4% di imprese adottanti e una quota di utilizzatrici intensive che tocca il 13,9%, quasi sette volte la media nazionale. Subito dopo si collocano i servizi di informazione e comunicazione, con il 42,1% di adozione complessiva e l’8,7% di adottanti forti. Sono comparti in cui l’algoritmo non è un accessorio, ma materia prima del prodotto venduto.
Il dato che scardina la narrazione dominante arriva dal confronto tra commercio e manifattura. Il commercio all’ingrosso e al dettaglio registra una quota di adottanti forti pari al 2,2%, esattamente il doppio dell’1,1% delle attività manifatturiere, a fronte di tassi di adozione complessiva vicini (16,9% contro 15,3%). Il terziario di mercato, insomma, si muove con un passo che la pubblicistica corrente fatica a riconoscergli, smentendo la vulgata che lo dipinge come comparto di rendita privo di innovazione. La stessa dinamica emerge dalle analisi sul mercato digitale ridisegnato dall’intelligenza artificiale, dove il divario tra grandi organizzazioni e realtà minori resta il nodo irrisolto.
Il ritardo di alloggio e ristorazione
Sul fronte opposto si collocano i servizi di alloggio e ristorazione, fermi a un esiguo 0,3% di adottanti forti pur registrando un tasso di adozione complessiva del 15,5%. Le imprese turistiche, in altre parole, sfiorano la tecnologia senza incorporarla nei processi. La nota indica in questo scarto un punto sul quale tornare, perché proprio l’IA potrebbe ridefinire radicalmente l’operatività delle aziende ricettive, ossia quei settori a produttività relativa più contenuta dove oggi manca persino l’esercizio di immaginazione sul cambiamento possibile.
Anche trasporto e magazzinaggio (0,4%) e costruzioni, energia e acqua (0,9%) restano su valori marginali quanto a utilizzo intensivo, mentre le attività immobiliari mostrano una singolarità: adozione complessiva contenuta al 9%, ma una quota di adottanti forti del 3%, superiore alla media.
Dimensione aziendale e divari territoriali
La relazione tra taglia dell’impresa e adozione è netta e monotòna. Le unità con oltre 250 addetti raggiungono un tasso del 52,5%, oltre tre volte la media nazionale, e concentrano la percentuale più elevata di utilizzatrici intensive, attorno al 17,8%. Scendendo lungo la scala dimensionale i valori si assottigliano progressivamente: 33,8% nella fascia 100-249 addetti, 27% tra 50 e 99, 21,1% tra 20 e 49.
Il gradino più basso spetta alla classe 10-19 addetti, unica sotto la media con il 10,5% di adozione e appena lo 0,8% di adottanti forti. È un dato che pesa più di quanto suggerisca la percentuale, perché in quella fascia si collocano 131.159 imprese sulle 215.607 complessive: la produttività del sistema Italia dipende in larga misura da come queste realtà affronteranno la transizione, il che rende il tema tutt’altro che marginale nell’agenda degli approfondimenti.
Sul piano territoriale il Nord-ovest primeggia con il 21,2% di imprese adottanti e il 3,7% di utilizzatrici intensive, quasi il doppio della media. Seguono il Nord-est (18,6%), il Sud e le Isole (12,7%) e infine il Centro, che si arresta al 9,3%, poco più della metà del valore nazionale. La nota invita comunque alla prudenza interpretativa: gli effetti di composizione possono compensare o mascherare le relazioni effettive tra imprese e territorio, sicché queste percentuali vanno lette come descrizioni e non come diagnosi.
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Il fatturato per addetto cresce con l’intensità di utilizzo dell’intelligenza artificiale
Il capitolo dedicato alle performance restituisce il passaggio più eloquente dell’intero lavoro. Nel 2025 il fatturato medio per addetto si attesta a 289mila euro per le imprese che non impiegano alcuna tecnologia, sale a 368mila euro per chi ne adotta almeno una e raggiunge i 539mila euro tra gli adottanti forti, con un differenziale dell’86% rispetto al gruppo di partenza.
La progressione si conferma dentro quasi tutte le segmentazioni. Nella fascia 10-19 addetti il valore passa da 247mila a 430mila euro; tra 50 e 99 addetti si va da 370mila a 691mila euro, con uno scarto vicino all’87%; nelle imprese oltre i 250 addetti da 248mila a 511mila. Anche nei servizi di alloggio e ristorazione, comparto con i valori più contenuti in termini assoluti, il fatturato per addetto degli adottanti forti più che raddoppia rispetto alle aziende che rinunciano all’intelligenza artificiale.
La lettura territoriale segnala il caso del Nord-est, dove le utilizzatrici intensive toccano 1.012mila euro per addetto contro i 279mila delle altre, e quello del Nord-ovest, unica area in controtendenza con 363mila euro contro 387mila. La nota segnala inoltre un’anomalia statistica nel comparto costruzioni, energia e acqua, verosimilmente riconducibile alla performance isolata di un singolo operatore: un valore trattato come outlier ed escluso dalle analisi econometriche successive, per evitare distorsioni.
Le prime stime econometriche e il nodo dell’endogeneità
Sul biennio 2023-2024, integrando i dati Istat con la banca dati AIDA, sono state realizzate alcune regressioni preliminari su un campione bilanciato di oltre cinquemila imprese abbinate una per una. Il modello adotta una funzione di produzione Cobb-Douglas in forma intensiva, con effetti fissi per settore, anno, regione e classe dimensionale, e ricalibra i pesi campionari tramite la tecnica dell’Entropy Balancing affinché le distribuzioni dei fattori produttivi iniziali risultino identiche tra adottanti e non adottanti.
Il coefficiente stimato è pari a 0,111: l’impiego di almeno una tecnologia di IA si accompagna a un valore aggiunto per addetto superiore dell’11,1%, con forte significatività statistica. La stima sulla produttività totale dei fattori, ottenuta con un approccio a due stadi, restituisce un’associazione del 10,3%.
La nota è netta nel circoscrivere la portata del risultato: l’endogeneità non è ancora stata affrontata e la direzione del nesso resta aperta. La domanda centrale, se sia l’IA a migliorare le performance oppure siano le imprese più produttive ad adottarla per prime, non trova qui risposta definitiva.
Anche ipotizzando una consistente riduzione di quell’11% nelle analisi successive, resta la suggestione preliminare di investimenti capaci di ricostituire il capitale di crescita perduto dall’economia italiana negli ultimi trent’anni: una prospettiva che ricorda quanto la finanza agevolata pesi sulla crescita delle imprese quando accompagna investimenti tecnologici strutturati.
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Competenze e ricambio generazionale: le condizioni abilitanti
Il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat, con cui le percentuali della nota risultano coerenti a meno di un paio di decimi di punto, mette a fuoco un aspetto decisivo: adozione e utilizzo pieno dipendono dalle competenze presenti in azienda. Il capitale umano diventa così il vero fattore limitante, e con esso il ruolo della formazione sulle tecnologie digitali come leva di sistema.
C’è poi un dato di rilievo per il mondo associativo: al crescere dell’età media dei lavoratori, superata la soglia dei quarant’anni, la propensione all’innovazione tende a ridursi. Incrociando questa evidenza con l’imminente stagione di trasmissione generazionale nelle imprese si intuisce quanto l’intelligenza artificiale possa incidere sul funzionamento del terziario di mercato, spingendolo verso una produttività del lavoro più elevata e verso forme inedite di innovazione organizzativa.
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MARTINA

Martina Moretti
Martina è la content writer specializzata nel settore della finanza che cura il blog di Golden Group. Scrive dal 2015 di credito e finanza e si occupa oggi in particolare di finanza agevolata: contributi a fondo perduto, bandi europei e agevolazioni per le imprese, che traduce in contenuti chiari e affidabili per imprese e professionisti.
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