Credito d'imposta design le problematiche del settore moda

I cambiamenti della normativa del credito di imposta design e i problemi per le imprese del settore moda

Il credito d'imposta per le attività di ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica, design e ideazione estetica ha rappresentato, per anni, un importante strumento di sostegno all'innovazione per le imprese italiane. Tuttavia, recenti cambiamenti nell'interpretazione della normativa stanno generando significative difficoltà, in particolare per le aziende del settore moda. Una recente sentenza della Corte di Giustizia Tributaria della Lombardia (n. 2660/11/24) offre importanti chiarimenti, sottolineando l'importanza del parere tecnico del MISE/MIMIT e confermando l'applicabilità del credito a tutti i settori.

Quello che doveva essere un incentivo chiaro e accessibile si sta trasformando in una fonte di incertezza e contenzioso. Il cuore del problema risiede nell'evoluzione dell'interpretazione delle attività ammissibili al beneficio fiscale. Mentre la normativa originaria non poneva esclusioni specifiche per il settore moda, una successiva interpretazione, basata su documenti internazionali e nuove risoluzioni dell'Agenzia delle Entrate, ha introdotto criteri più restrittivi.

Questo ha portato a contestazioni e richieste di restituzione di crediti d'imposta già utilizzati, mettendo in discussione la pianificazione finanziaria e gli investimenti di molte imprese. Si tratta di crediti utilizzati in compensazione, quindi non di somme erogate direttamente.

Analizziamo quindi le modifiche normative, le ragioni delle difficoltà incontrate dalle imprese del settore moda e le questioni cruciali relative all'applicazione retroattiva delle nuove interpretazioni.

Il credito d'imposta R&S: dalla nascita all'interpretazione restrittiva

Il credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo è stato introdotto con il Decreto Legge n. 145 del 2013. L'obiettivo dichiarato era quello di incentivare gli investimenti in R&S da parte di tutte le imprese, indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico di appartenenza e dal regime contabile adottato. Un'impostazione ampia, che mirava a promuovere l'innovazione in modo trasversale.

È importante sottolineare che il testo originario della legge non conteneva alcun riferimento esplicito al Manuale di Frascati, un documento elaborato dall'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che fornisce linee guida per la raccolta e la rendicontazione dei dati sulla ricerca e lo sviluppo sperimentale. Si tratta di un documento molto tecnico e specifico.

La situazione ha iniziato a mutare con la legge di bilancio 2020 (legge n.160 del 27.12.2019, modificata dalla L.178 del 30.12.2020), che ha introdotto, per la prima volta, un riferimento esplicito al Manuale di Frascati come parametro per definire le attività di R&S ammissibili al credito d'imposta.

Un ulteriore elemento di complessità è dato dal fatto che la traduzione ufficiale in italiano del Manuale di Frascati, autorizzata e giurata, è stata resa disponibile solo nel dicembre 2021. Una traduzione ex post rispetto all'applicazione della norma.

Il vero punto di svolta, tuttavia, è rappresentato dalla risoluzione n. 41 del 26 luglio 2022 dell'Agenzia delle Entrate. Questo documento, interpretando la normativa alla luce del Manuale di Frascati, ha di fatto escluso dal perimetro delle attività ammissibili al credito d'imposta quelle di design e ideazione estetica tipiche del settore moda.

L'Agenzia delle Entrate ha motivato questa esclusione sostenendo che tali attività, pur potendo presentare elementi di novità in termini di materiali, combinazioni, disegni, forme e colori, non comportano, di norma, il superamento di ostacoli di tipo scientifico o tecnologico, come richiesto dal Manuale di Frascati per la qualificazione come attività di R&S.

Il principio del legittimo affidamento e la questione della retroattività

La risoluzione n. 41/2022 ha sollevato immediate preoccupazioni tra le imprese del settore moda, soprattutto in relazione al principio del legittimo affidamento. Questo principio, di derivazione comunitaria, riconosciuto sia a livello costituzionale che comunitario, tutela la buona fede del cittadino e del contribuente che, nel proprio agire, si è basato su indicazioni fornite dalle autorità competenti.

Nel caso specifico, le imprese del settore moda potevano legittimamente fare affidamento su precedenti documenti di prassi amministrativa che avevano fornito un'interpretazione più ampia e inclusiva della normativa sul credito d’imposta R&S. In particolare:

  • La Circolare 5E del 16 marzo 2016 dell'Agenzia delle Entrate, che faceva riferimento, per il settore tessile e moda, alle indicazioni fornite dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE).
  • La Circolare MISE n. 46586 del 16 aprile 2009, che includeva tra le attività ammissibili quelle "collegate alla fase ideativa dello [del campionario o della collezione] e della realizzazione dei prototipi".
  • Una risposta del MISE del 29 settembre 2017, che confermava l'ammissibilità delle attività di ideazione di nuovi campionari e collezioni, riconoscendo la necessità per le imprese del settore di continui investimenti per l'introduzione di prodotti nuovi o notevolmente migliorati.

Il repentino cambio di orientamento operato dall'Agenzia delle Entrate con la risoluzione 41/2022, che contraddice apertamente le precedenti indicazioni, appare quindi lesivo del principio del legittimo affidamento, ponendo le imprese in una situazione di incertezza e potenziale danno economico. L'Agenzia delle Entrate, di fatto, sconfessa quanto precedentemente indicato.

A ciò si aggiunge la questione della retroattività. L'applicazione di criteri interpretativi derivanti dal Manuale di Frascati – un documento che, si ripete, non era richiamato dalla normativa originaria ed era disponibile solo in lingua inglese fino al dicembre 2021 – a periodi d'imposta precedenti alla sua traduzione ufficiale e alla sua esplicita inclusione nel quadro normativo solleva seri dubbi di legittimità.

Le imprese, infatti, non potevano ragionevolmente prevedere che le loro attività, svolte in conformità alle indicazioni vigenti all'epoca, sarebbero state successivamente considerate non ammissibili sulla base di un documento di difficile accesso e di successiva introduzione.

L'innovazione nel settore moda: una questione di design?

Il settore moda è un comparto produttivo peculiare, dove l'innovazione si manifesta spesso in forme diverse rispetto ad altri settori industriali. Se in molti ambiti l'innovazione è legata principalmente al progresso scientifico e tecnologico in senso stretto, nel settore moda essa si esprime attraverso la creatività, il design, l'ideazione estetica, la ricerca di nuovi materiali, la combinazione di tessuti, la definizione di forme e colori originali. L'innovazione, nel mondo della moda, è tout court.

La "novità" di una collezione o di un campionario, elementi centrali dell'attività delle imprese del settore, non è necessariamente legata alla risoluzione di un problema tecnico o scientifico. Ma piuttosto alla capacità di anticipare e interpretare le tendenze, di creare nuovi stili, di proporre soluzioni estetiche innovative.

L'interpretazione restrittiva dell'Agenzia delle Entrate, focalizzata esclusivamente sull'innovazione scientifica e tecnologica come definita dal Manuale di Frascati, rischia perciò di non riconoscere la specificità dell'innovazione nel settore moda. Penalizzando un comparto che rappresenta un'eccellenza del Made in Italy e un importante motore di crescita economica.

Sentenza Lombardia: un caso che fa chiarezza sul credito R&S

Una recente sentenza della Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado della Lombardia (n. 2660/11/24) ha fatto luce su alcuni aspetti cruciali del credito d'imposta per ricerca e sviluppo, in particolare per quanto riguarda l'ammissibilità delle attività nel settore tessile e della moda e il ruolo dell'Agenzia delle Entrate e del MISE (ora Ministero delle Imprese e del Made in Italy - MIMIT) nella valutazione dell'innovazione. La sentenza conferma che il credito d'imposta, come previsto dall'art. 3 del DL 145/2013, è applicabile a tutte le imprese, indipendentemente dal settore economico.

La sentenza sottolinea poi un punto fondamentale: l'Agenzia delle Entrate, in caso di contestazioni relative al carattere innovativo delle attività di ricerca e sviluppo, deve acquisire un parere tecnico preliminare dal MISE/MIMIT. Questo perché l'Agenzia, di per sé, potrebbe non avere le competenze tecniche specifiche per valutare la natura innovativa di un progetto, specialmente in settori tecnologicamente avanzati o specifici. Un atto di recupero del credito d'imposta basato su una contestazione generica dell'innovazione, senza il supporto di un parere tecnico del MISE/MIMIT, è considerato carente di motivazione e quindi illegittimo.

Il contribuente, nella sentenza 2660, aveva fornito documentazione a supporto delle attività oggetto di dibattito, ma l'Agenzia delle Entrate ha comunque fatto una contestazione generica che poi è risultata infondata. Questo caso evidenzia come l'AdE debba motivare in modo adeguato le proprie contestazioni, basandosi, eventualmente, sul parere del MISE.

Entrando nello specifico, la sentenza n. 2660/11/24 ricorda il DM congiunto del MISE e del Ministero delle Finanze n. 76 del 28 marzo 2008, all'art. 6, al primo comma, in materia di controllo precisa che "i controlli sulla corretta fruizione del credito d'imposta da parte delle imprese beneficiarie sono effettuati dall'Agenzia delle Entrate nell'ambito dell'ordinaria attività di controllo. Qualora siano necessarie valutazioni di carattere, tecnico in ordine alla ammissibilità di specifiche attività ovvero alla pertinenza e congruità dei costi, i controlli possono essere effettuati con la collaborazione del Ministero dello sviluppo economico, che, previa richiesta della stessa Agenzia, esprime il proprio parere ovvero dispone la partecipazione di proprio personale all'attività di controllo".

La valutazione tecnica e il ruolo del MISE

Data la complessità e la specificità del settore moda, la valutazione dell'ammissibilità delle attività al credito d'imposta richiede competenze tecniche approfondite, che non possono essere limitate alla sola conoscenza delle normative fiscali.

Proprio per questo motivo il Decreto Ministeriale del 27 maggio 2015 prevede che, come ribadito dalla sentenza n. 2660/11/24 della Corte di Giustizia Tributaria della Lombardia, qualora siano necessarie valutazioni di carattere tecnico in ordine all’ammissibilità di specifiche attività o alla congruità dei costi sostenuti, l’Agenzia delle Entrate debba obbligatoriamente richiedere un parere tecnico al Ministero dello Sviluppo Economico (oggi Ministero delle Imprese e del Made in Italy). Si tratta di un passaggio fondamentale per la corretta applicazione della norma, e la sua omissione rende illegittimo l'atto di recupero del credito.

Il coinvolgimento del MISE, che possiede una conoscenza approfondita delle dinamiche e delle specificità del settore moda, appare fondamentale per garantire una valutazione adeguata e non penalizzante delle attività di R&S svolte dalle imprese. Un parere tecnico del Ministero potrebbe contribuire a chiarire se e in che misura le attività di design, ideazione estetica e sviluppo di campionari possano essere considerate innovative e, quindi, ammissibili al credito d'imposta.

Cosa fare per tutelarsi preventivamente

Le modifiche interpretative relative al credito d’imposta per ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica, design e ideazione estetica hanno generato una situazione di grande incertezza per le imprese del settore moda. La violazione del principio del legittimo affidamento, l'applicazione retroattiva di criteri non precedentemente esplicitati e la mancata considerazione delle specificità dell'innovazione nel settore rappresentano problematiche di notevole rilevanza, che colpiscono al cuore la ratio dell'agevolazione.

Per superare questa situazione di impasse, sarebbe auspicabile un intervento chiarificatore da parte del legislatore, volto a definire in modo più preciso e inequivocabile i criteri di ammissibilità delle attività di R&S nel settore moda, tenendo conto delle sue peculiarità. La sentenza n.2660/11/24 rappresenta un precedente importante in tal senso, ma sarebbe comunque fondamentale un’applicazione coerente del principio del legittimo affidamento, evitando cambiamenti repentini di interpretazione che possano mettere a rischio la stabilità e la competitività delle imprese.

Infine, è cruciale che l'Agenzia delle Entrate si avvalga sistematicamente del parere tecnico del MISE per la valutazione delle attività di R&S nel settore moda, garantendo così una valutazione competente e adeguata alle specificità del comparto.

In ogni caso, Golden Group è al fianco delle imprese per affrontare queste sfide. Grazie a un team di tecnici esperti, costantemente aggiornati sulle evoluzioni normative e sulle disposizioni ministeriali, offriamo un supporto a 360 gradi per la gestione di situazioni complesse come quella descritta. Forniamo ai nostri clienti informazioni certe, consulenza specialistica e una preparazione sempre all'altezza delle aspettative, per garantire la massima tutela dei loro interessi e la corretta fruizione delle agevolazioni fiscali.

Hai un’impresa e cerchi contributi per il tuo business? Compila il modulo sottostante per una consulenza personalizzata con i nostri esperti.


Alessia Bernardi

Alessia Bernardi, business designer e consulente nell’ambito della finanza agevolata, è oggi a capo della Direzione Tecnica di Golden Group Spa. Assieme a più di 50 collaboratori, si occupa del reperimento di finanziamenti e contributi volti a favorire lo sviluppo di nuovi progetti di business.
Il suo obiettivo è quello di far comprendere a decision maker e aziende quanto sia fondamentale fare cultura della finanza agevolata come asset strategico e funzione aziendale in grado di incentivare gli investimenti e generare dunque differenziale competitivo.


Finanza Agevolata per crescita Imprese 5.0

Costruire il futuro delle imprese nell’era della 5.0: la finanza agevolata come architetto della crescita

In Europa da qualche anno sta fervendo il dibattito sul paradigma 5.0 e sulle sue implicazioni, con visioni molto diversificati. Semplificando il dibattito, due sono le principali. La prima vede il paradigma 5.0 come superamento del precedente della 4.0 perché non compiutamente recepito dall’industria europea nella sua radicalità; la seconda, condivisa anche dalla Commissione europea, come continuità fra i due paradigmi. In questa visione si integra ciò che è stato acquisito dalla 4.0 ovvero l’introduzione dell’ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), come “moltiplicatore di produttività”[1] nei processi produttivi, con l’elemento ambientale ed umano. Si parla di 4.0 allargata alla sostenibilità ed al benessere del lavoratore.

Come è stata prevista una misura in Italia per favorire l’adozione del paradigma della 4.0 cosi ne è stata pensata una specifica per la 5.0 la cui gestazione è stata non breve, l’iter di accesso è non banale ed è pensato per le aziende che operano già in logica 4.0. Tuttavia, consegnare a questa normativa il potere assoluto di ridurre gli ostacoli alla competitività per favorire lo sviluppo del tessuto imprenditoriale è alquanto azzardato. Ci sono diversi bandi che possono intervenire a potenziare o accelerare la crescita, intervenendo su aspetti che, ricerche sugli impatti della 4.0, hanno messo in luce. Essendo un paradigma di continuità è infatti fondamentale capitalizzare ciò che è merso dalla misura della 4.0.

Il paradigma 5.0 in continuità con l'Industria 4.0

L’individuazione di queste analisi, non è stato un compito semplice perché, pur trattandosi di finanza pubblicata, manca un osservatorio ministeriale di politica industriale che permetta di raccogliere facilmente studi sugli impatti previsionali che a consuntivo. È stata fatta una ricerca in rete utilizzando parole chiave e sono stati individuati circa una decina di studi/articoli.

In primo luogo sono dimostrabili gli impatti positivo della 4.0 come misura di politica industriale. Questa infatti ha permesso alle aziende di fare investimenti che diversamente non avrebbero fatto. Secondo i dati Osservatorio MceSpe: il 63% degli imprenditori, settore manifatturiero, non avrebbe investito – o lo avrebbe fatto in misura minore – senza gli incentivi. Grazie a questi investimenti, gli imprenditori hanno riscontrato un miglioramento della produttività (44%) della loro azienda, della strumentazione tecnologica (35%) e, più in generale, un miglioramento delle condizioni di lavoro (25%). L’effetto positivo degli incentivi 4.0 apre la strada al Piano Transizione 5.0. Un terzo degli imprenditori è intenzionato ad avvalersi della nuova misura: ad oggi, infatti, più dell’80% delle imprese è pronto ad innovarsi anche in tema transizione energetica.

Secondo Federmacchine, dal 2015 al 2019 l’acquisto di macchine è balzato a 98 miliardi, registrando una crescita del 59%. Questo stimolo della domanda, in un momento in cui la fase di globalizzazione conosciuta nel primo quindicennio del secolo sembra essersi arrestata[2] è stato probabilmente un effetto indiretto molto funzionale.

L’approccio delle imprese alla 5.0: cosa dicono le indagini di settore

Oltre a questi dati, dalle indagini analizzate sono emerse evidenze importanti che devono essere considerate dalle aziende che vogliono mantenersi competitive sul mercato affrontando questo nuovo paradigma.  Quanto emerso può essere così sintetizzato:

  • ruolo delle medie e grandi imprese, esportatrici (propensione all’export superiore al 30%) e connesse al mondo della ricerca che hanno fatto da apripista e influenzato la catena di fornitura;
  • minor diffusione di pratiche di adozione di tecnologie da parte delle Pmi probabilmente per il fatto che “In Italia è meno diffuso tra le piccole imprese il ricorso a pratiche manageriali e organizzative ‘complesse’ (correlazione diretta fra dimensione e forme di organizzazione aziendale);
  • inesistenza dell’effetto “proprietà familiare”, pur essendo rilevante il fenomeno, (i 2/3 delle imprese italiane hanno un management familiare) sull’adozione della 4.0 (Unioncamere 2018[3] e Istituto Tagliacarne 2021[4]);
  • rilevanza dell’innovation manager per l’investimento nell’Industria 4.0[5]; le aziende, per ottenere un vantaggio competitivo, hanno bisogno di professionisti che combinino capacità organizzative e competenze digitali, diversamente permane una bassa consapevolezza di questo nuovo paradigma;
  • grado di informatizzazione medio basso nelle Pmi (23% vs media 44%) soprattutto manifatturiere[6] (lo studio si è focalizzato sul comprendere quanto le aziende manifatturiere italiane fossero pronte per essere coinvolte concretamente nel percorso “Industria 4.0”. I due elementi che determinano il posizionamento sono la dimensione aziendale e il livello di informatizzazione) non uniforme nemmeno all’interno delle aziende (non tutte le funzioni aziendali sono adeguatamente coinvolte in questa trasformazione);
  • correlazione fra l’adozione di tecnologie 4.0 e il livello di istruzione dei dipendenti e del management[7], aspetto già evidenziato nel 2018 dall’INAPP[8] (più un’azienda impiega dipendenti in possesso di laurea più intenso sarà l’uso di tecnologie 4.0)

Queste tematiche (dimensione aziendale, informatizzazione, qualità del management e formazione della manodopera) comuni all’Industria 4.0 rappresentano le sfide poste al sistema produttivo di cui Lelio De Michelis della LUISS[9]  aveva accennato ancora prima dell’adozione del paradigma 5.0.

Le sfide del sistema produttivo nell'era 5.0

Ogni imprenditore dovrebbe fare una autoanalisi per capire rispetto alla propria traiettoria di sviluppo se e come intervenire per superare:

  • la mancanza di alfabetizzazione digitale;
  • le proprie “carenze organizzative e manageriali”;
  • la “scarsa propensione all’innovazione”;
  • la “scarsa propensione all’export.

Come accennato sopra, ci sono diversi bandi che possono essere presi in considerazione per affrontare le sfide.

Bandi finanza agevolata a supporto dell'Industria 5.0

Se le aziende hanno chiare le proprie traiettorie di sviluppo, le priorità e la loro situazione economico-finanziario, è più facile valutare su quale ambito (digitalizzazione/sicurezza/sostenibilità/innovazione) focalizzare l’attenzione e su che tipologia di contributo: fondo perduto, credito d’imposta, finanziamento agevolato o contributo in conto interesse. Lo scopo della finanza agevolata è principalmente quello di ridurre gli ostacoli alla competitività, permettendo alle aziende di fare investimenti che diversamente non farebbero o farebbero in un tempo più lungo, perdendo opportunità di sviluppo.

Se l’impresa ha una strategia combinata di sviluppo, la dimensione aziendale non gioca un ruolo decisivo.  L’Istat, nell’ultimo rapporto sulla competitività del sistema produttivo, rileva che indipendentemente dalla dimensione aziendale se l’impresa agisce su più ambiti (formazione, sostenibilità, ricerca e sviluppo, ICT), la produttività aumenta. Questi sono anche gli ambiti sui quali il governo ha previsto importanti risorse. Si stima che saranno disponibili circa 40 miliardi all’anno. Non resta che utilizzare al meglio quanto la nuova programmazione e il Pnrr mettono a disposizione delle imprese. Sfruttandoli al meglio, l’Italia potrà migliorare il suo posizionamento in termini di innovazione. Nel periodo 2015-2022, la posizione del nostro paese nell’indice di innovazione all’Interno della UE-27 migliora (da sedicesimo a quindicesimo) anche se resta inferiore alla media.

Vuoi rimanere sempre aggiornato sulle novità e sui bandi di finanza agevolata che interessano la tua impresa? Compila il modulo sottostante per una consulenza personalizzata con i nostri esperti.

_________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________

[1]Les TIC et la croissance économique” -Panorama des Industries des entprises et des pays del’OCDE- 2003

[2] Interessante a questo proposito il saggio di Pensa, Romano e Traù: “Esaurimento di un paradigma produttivo: (neo) regionalismo, slowdown della domanda estera, rallentamento produttivo della manifattura mondiale apparso su Economia Italiana 2/2020.

[3] M.Pini: “Family management and Industry 4.0: Different effects in different geographical areas? An analysis of the less developed regions in Italy”-pubblicato su JEMI (Journal of Entrepreunership, Management and Innovation) n.3-2019

[4] M.Pini-F. Di Sebastiano: “Family Management, Digitalizzazione e Skill Manageriali”. Istituto Tagliacarne 15/10/2021.

[5] M.Pini-F. Di Sebastiano: “Family Management, Digitalizzazione e Skill Manageriali”. Istituto Tagliacarne 15/10/2021.

[6] Zheng, T., Ardolino, M., Bacchetti, A., Perona, M. and Zanardini, M. (2020), "The impacts of Industry 4.0: a descriptive survey in the Italian manufacturing sector", Journal of Manufacturing Technology Management, Vol. 31 No. 5, pp. 1085-1115. https://doi.org/10.1108/JMTM-08-2018-0269

[7] A.Gasparre, L.Beltrametti, L.Persico (2020)  “Industry 4.0 and Digital Innovation in Manufacturing: State of the Art Technology and Future Prospects in the Italian Mechanical Engineering Sector” PIJ/Volume 6 - Issue 2/2021

[8] Cirillo, V., Fanti, L., Mina, A., and Ricci, A. (2020), Digitizing firms: skills, work organization and the adoption of new enabling technologies, INAPP Working Paper n. 53, http://oa.inapp.org/xmlui/handle/123456789/730.

[9] L.Demichelis “Industria 5.0, come farla per bene: dieci casi aziendali per capire come funziona” su Industria Italiana del 27 Novembre 2022


Alessia Bernardi

Alessia Bernardi, business designer e consulente nell’ambito della finanza agevolata, è oggi a capo della Direzione Tecnica di Golden Group Spa. Assieme a più di 50 collaboratori, si occupa del reperimento di finanziamenti e contributi volti a favorire lo sviluppo di nuovi progetti di business.
Il suo obiettivo è quello di far comprendere a decision maker e aziende quanto sia fondamentale fare cultura della finanza agevolata come asset strategico e funzione aziendale in grado di incentivare gli investimenti e generare dunque differenziale competitivo.


bozza decreto transizione 5.0

Bozza del decreto Piano Transizione 5.0: zone d’ombra e criticità

Il Piano Transizione 5.0 rappresenta un ambizioso tentativo da parte del governo italiano di incentivare le imprese a investire in innovazione e sostenibilità. Questo piano, che si estende dal 2024 al 2025, è stato concepito per promuovere la trasformazione digitale e verde delle aziende italiane. Tuttavia, la bozza del decreto attuativo ha sollevato numerose preoccupazioni e critiche per la sua complessità e alcune zone d’ombra.

In questo articolo, esploreremo le principali criticità individuate da Alessia Bernardi, direttore dell’Ufficio Tecnico di Golden Group, e analizzeremo come queste potrebbero essere risolte per migliorare l'implementazione e l'efficacia del piano.

Perché la bozza del decreto Transizione 5.0 è di difficile interpretazione

Prima di entrare nel dettaglio dell’analisi della bozza del decreto attuativo del Piano Transizione 5.0, bisogna ricordare che questa è stata recentemente presentata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) e, sebbene rappresenti un passo avanti fondamentale, non è ancora definitiva. Poiché è stato oggetto di ripetute modifiche (la sua gestazione è iniziata il 2 marzo 2024) e abbraccia numerosi campi di applicazione delle agevolazioni, il testo risulta lungo e articolato.

La complessità del documento e l'ampiezza delle materie trattate rendono la sua interpretazione e applicazione particolarmente ardua per le imprese. Le principali aree di difficoltà includono la definizione dei soggetti abilitati alla certificazione, le ambiguità nelle definizioni di imprese di nuova costituzione e strutture produttive, oltre alle restrizioni su pratiche multiple e limiti di finanziamento.

Le criticità della bozza decreto Transizione 5.0: analisi a cura di Alessia Bernardi

Dopo una lettura approfondita della bozza del decreto, di seguito sono indicate le aree del documento che potrebbero beneficiare di maggiore chiarezza, semplicità e flessibilità per facilitare l'adesione alla misura e la corretta applicazione da parte delle imprese interessate.

Soggetti Abilitati alla Certificazione

Soggetti Abilitati:

    • Criticità: L'ampliamento dell'elenco dei soggetti abilitati alla certificazione è positivo, ma potrebbe creare incertezze sulle competenze necessarie.
    • Suggerimento: Definire chiaramente i requisiti di professionalità e indipendenza per i nuovi soggetti abilitati.

Definizioni

Impresa di Nuova Costituzione:

    • Criticità: La definizione potrebbe risultare ambigua poiché include sia nuove imprese che quelle che hanno variato sostanzialmente i prodotti e servizi resi da meno di sei mesi. Questo potrebbe creare confusione nella sua applicazione pratica.
    • Suggerimento: Chiarire meglio la distinzione tra nuove imprese e quelle che hanno variato i loro servizi, magari con esempi pratici.

Struttura Produttiva e Processo Interessato:

    • Criticità: La definizione di struttura produttiva è dettagliata e complessa, il che potrebbe renderne difficile la comprensione e applicazione per alcune imprese.
    • Suggerimento: Fornire una versione semplificata della definizione o includere diagrammi che illustrano chiaramente la struttura produttiva e il processo interessato.

Una Sola Pratica alla Volta

Gestione delle Pratiche:

    • Criticità: La limitazione a una sola pratica attiva alla volta potrebbe rallentare l'innovazione e la crescita delle imprese.
    • Suggerimento: Valutare la possibilità di consentire più pratiche attive in parallelo, magari con limiti specifici per ciascun tipo di investimento.

Il Plafond Annuale

Limite dei 50 Milioni:

    • Criticità: Il limite annuale di 50 milioni di euro potrebbe non essere adeguato per le imprese con grandi progetti di innovazione.
    • Suggerimento: Rivedere il limite annuale o introdurre eccezioni per progetti di particolare rilevanza.

Esclusioni Relative al DNSH

Esclusioni e Eccezioni:

    • Criticità: Le eccezioni previste per le esclusioni relative al DNSH potrebbero non essere sufficientemente chiare, portando a interpretazioni divergenti.
    • Suggerimento: Fornire esempi pratici e casi di studio per chiarire le eccezioni.

Il Calcolo del Risparmio

Scenario Controfattuale:

    • Criticità: Il calcolo del risparmio basato su uno scenario controfattuale potrebbe risultare complesso e soggetto a manipolazioni.
    • Suggerimento: Stabilire linee guida più dettagliate e standardizzate per la determinazione degli scenari controfattuali.

Le Rinnovabili

Dimensionamento degli Impianti:

    • Criticità: Il limite del 5% del fabbisogno energetico per il dimensionamento degli impianti potrebbe non essere adeguato per tutte le imprese.
    • Suggerimento: Valutare l'adeguatezza del limite del 5% e considerare l'introduzione di soglie differenziate per tipologie di imprese o settori.

La Formazione

Elenco delle Attività Ammesse:

    • Criticità: L'elenco delle attività di formazione ammesse è dettagliato ma potrebbe risultare limitativo per alcune imprese.
    • Suggerimento: Ampliare l'elenco delle attività ammesse o prevedere una procedura di approvazione per attività di formazione non elencate.

Comunicazione Ex Ante Valida Anche per Transizione 4.0

Obblighi di Comunicazione:

    • Criticità: La validità della comunicazione ex ante anche per il piano Transizione 4.0 potrebbe creare confusione riguardo agli obblighi specifici di ciascun piano.
    • Suggerimento: Fornire chiarimenti specifici su come gli obblighi di comunicazione ex ante si applicano ai diversi piani di transizione.

Comunicazione Ex Post:

    • Criticità: La scadenza del 28 febbraio 2026 per l'invio della comunicazione ex post potrebbe non essere sufficientemente evidenziata, aumentando il rischio di dimenticanze.
    • Suggerimento: Evidenziare maggiormente questa scadenza e considerare l'invio di promemoria automatici alle imprese.

Controlli già dalla Comunicazione Ex Ante

Piano di Controlli:

    • Criticità: I controlli previsti già dalla comunicazione ex ante potrebbero risultare onerosi e disincentivare le imprese.
    • Suggerimento: Semplificare e chiarire il processo di controllo per ridurre l'onere sulle imprese.

Il Periodo di Osservazione

Durata del Periodo di Osservazione:

    • Criticità: La necessità di mantenere i minori consumi per cinque anni potrebbe risultare troppo restrittiva.
    • Suggerimento: Considerare una riduzione della durata del periodo di osservazione o introdurre flessibilità per le imprese in rapida evoluzione.

Le criticità individuate da Alessia Bernardi nella bozza del decreto attuativo del Piano Transizione 5.0 sono molteplici e richiedono interventi mirati per migliorare la comprensibilità e l'applicabilità del documento. Intervenire su questi fronti servirebbe a garantire che il piano possa effettivamente stimolare l'innovazione e la sostenibilità delle imprese italiane.

Attraverso un approccio più chiaro e flessibile, infatti, il Piano Transizione 5.0 può diventare un potente strumento di crescita e sviluppo, contribuendo a un futuro più verde e tecnologicamente avanzato per il Paese.

Vuoi maggiori informazioni sul decreto attuativo del Piano Transizione 5.0 e come accedere alle agevolazioni? Compila il modulo sottostante per una consulenza personalizzata con i nostri esperti.


Alessia Bernardi

Alessia Bernardi, business designer e consulente nell’ambito della finanza agevolata, è oggi a capo della Direzione Tecnica di Golden Group Spa. Assieme a più di 50 collaboratori, si occupa del reperimento di finanziamenti e contributi volti a favorire lo sviluppo di nuovi progetti di business.
Il suo obiettivo è quello di far comprendere a decision maker e aziende quanto sia fondamentale fare cultura della finanza agevolata come asset strategico e funzione aziendale in grado di incentivare gli investimenti e generare dunque differenziale competitivo.


approccio ESG

Come l'approccio ESG cambia la gestione delle PMI

In un mondo in cui l’accesso a risorse finanziare o a contributi pubblici anche del PNRR è sempre più legato alla sostenibilità in azienda, le questioni ambientali, sociali e di governance (ESG) acquistano un'importanza sempre maggiore, avvicinando le aziende a concetti che tra poco tempo saranno un must. È fondamentale perciò comprendere come l’approccio ESG andrà ad influenzare la gestione finanziaria delle piccole e medie imprese. Vediamo cosa implica questo cambio di gestione.

Fattori ESG: un nuovo paradigma per le PMI

L’impresa che sceglie di intraprendere un percorso di sostenibilità deve confrontarsi anzitutto con il tema della diversità degli approcci. Mentre in precedenza l'attenzione era concentrata principalmente sul profitto, ora si pone un'enfasi crescente su come le attività aziendali influenzano l'ambiente, la società e la struttura interna di governance.

La propensione al profitto viene integrata con obiettivi quali la riduzione dell’impatto ambientale dei processi produttivi; la garanzia di migliori condizioni di lavoro ai dipendenti; una selezione più stringente dei fornitori ed nuovi modelli di retribuzione del management. L’impresa inizia quindi a porsi come generatore di valore e non solo di profitto.

Buona parte di questo valore non è solo materiale o finanziario, ma riguarda appunto il benessere della comunità e del territorio di cui l’impresa fa parte. L’azienda finisce per avviare un percorso di miglioramento continuo dei parametri di sostenibilità aziendale. L'approccio ESG segna quindi una svolta rispetto ai metodi tradizionali di gestione aziendale, spostando il focus dal profitto al valore e alla trasparenza.

L’impresa che mira a diventare un’azienda ESG deve passare ad uno modello in cui si impiegano energie e tempo per lavorare in maniera sostenibile. Dimostrando a clienti e stakeholder che le azioni sostenibili compiute hanno effettivamente dei riscontri positivi sull’ambiente e sulle persone.

Come si diventa aziende ESG: sfide, obblighi e opportunità

Adottare un approccio ESG non significa solo lavorare in maniera responsabile, seguendo i valori della sostenibilità. Gli investimenti ESG devono essere valutati alla luce del principio di doppia materialità, ovvero tenendo conto sia di come impattano sull’ambiente sia di come incidono sui bilanci dell’azienda stessa. Impatti, rischi e opportunità di ogni scelta vanno valutati con un esperto, al fine di rivedere i modelli di business in un’ottica sostenibile e utile agli obiettivi economici dell’azienda. Pertanto, la transizione verso lo status di azienda ESG non è banale.

Inoltre è essenziale prevedere fin da subito periodici controlli dei risultati ottenuti, per valutare i miglioramenti e programmare eventuali interventi per ottimizzare le strategie ESG e il loro impatto sui risultati economici e non.

Questo nuovo paradigma pone le PMI di fronte a sfide e opportunità. Introdurre in azienda logiche sostenibili significa anticipare i tempi rispetto ai nuovi obblighi introdotti con la Direttiva CSRD dell'Unione Europea, guadagnando in autorevolezza agli occhi degli stakeholder.

Del resto la Direttiva CSRD impone alle aziende di fornire dettagliati report sugli aspetti ESG, promuovendo così una maggiore trasparenza e responsabilità. L’obbligo della rendicontazione attraverso il bilancio di sostenibilità si sta progressivamente estendendo ad una platea di imprese sempre più grande, a cui nel 2026 si aggiungeranno circa 50.000 imprese.

È chiaro che adattare il modello di business ai criteri ESG è ormai una strada obbligata per le realtà che intendono rimanere competitive. Avere un buon profilo ESG, nell’economia attuale, significa infatti avere maggiori possibilità di attrarre nuovi clienti e portare valore agli stakeholder a 360 gradi. Senza contare che anche gli investimenti pubblici e privati sono sempre più orientati dai criteri ESG.

In conclusione per le aziende che vogliono rimanere competitive, ed essere sostenibili nel lungo termine,  adottare un approccio ESG è oggi una necessità e non più un’opzione.


Alessia Bernardi

Alessia Bernardi, business designer e consulente nell’ambito della finanza agevolata, è oggi a capo della Direzione Tecnica di Golden Group Spa. Assieme a più di 50 collaboratori, si occupa del reperimento di finanziamenti e contributi volti a favorire lo sviluppo di nuovi progetti di business.
Il suo obiettivo è quello di far comprendere a decision maker e aziende quanto sia fondamentale fare cultura della finanza agevolata come asset strategico e funzione aziendale in grado di incentivare gli investimenti e generare dunque differenziale competitivo.


Start-up e fallimento: quali sono le ragioni che portano all’insuccesso

Oltre due terzi delle start-up muore entro il primo anno. I dati dimostrano come il fallimento di un progetto imprenditoriale sia molto alto nei primi anni di vita dell’azienda. A cosa si deve questo fenomeno? I fattori coinvolti sono molteplici e vanno dalla scarsa preparazione alla carenza di fondi. Vediamoli nel dettaglio

Partire da zero senza conoscenze: il primo pericolo per le start-up

Il primo motivo per cui le start-up tendono al fallimento è l’inadeguatezza dei fondatori, intesa come assenza di determinazione, la scarsa conoscenza del settore in cui si muovono o l’insufficiente capacità di leadership. La mancanza di conoscenza del settore da parte degli imprenditori diventa particolarmente problematica quando è necessario prendere impegni ampi e complicati in termini di risorse.

Spesso i fondatori non integrano nella squadra un altro co-fondatore che abbia l’esperienza che a loro mancava ed intraprendono un processo di learning by doing che porta ad errori costosi. Orientarsi verso una soluzione migliore potrebbe non essere fattibile. Soprattutto se richiede grandi quantità di capitale (per cui generalmente servono dei finanziamenti per start up) e/o tempi prolungati per verificare che i nuovi metodi stiano funzionando.

In una situazione del genere, gli imprenditori non si possono permettere grossi errori, ma una mancanza di esperienza del settore in cui si opera rende i passi falsi ancora più probabili.

Le start-up e la gestione dei progetti: mancano analisi e ponderazione

Gli imprenditori di molte start-up, sono come dei velocisti che scattano prima del colpo di pistola: troppo ansiosi di lanciare nel mondo il proprio prodotto, dimenticandosi di indagare i bisogni forti e insoddisfatti dei clienti e i problemi su cui vale la pena lavorare prima di cominciare a progettare.

Hanno spesso un’idea preconcetta dei problemi che cercano di risolvere e restano troppo attaccati sul piano emotivo alla soluzione pensata, invece di rimanere aperti alla possibilità che il processo di validazione dell’idea sul mercato porterà alla luce problemi più urgenti o soluzioni migliori. Queste due condizioni portano la start-up a mancare il bersaglio e a fallire.

Con queste premesse, solo i progetti solidi che non trascurano questi errori vengono sostenuti dalle istituzioni. Come confermato dai dati riportati nella seguente tabella, elaborata dall’Ufficio Tecnico di Golden Group nel corso di un’analisi sulla finanziabilità delle start-up.

start-up

Ogni giorno gli esperti di Golden Group supportano imprenditori che desiderano partecipare a bandi e misure che incentivano l’imprenditoria, scontrandosi con le criticità tipiche delle start-up. Nella maggior parte dei casi, l’impossibilità di ottenere fondi e finanziamenti per start up è dovuta all’inadeguatezza del progetto, che non è in linea con la candidatura al bando. E in alcuni casi risulta persino incoerente con il mercato di riferimento.

Come evitare di fare un buco nell’acqua con la candidatura al bando di interesse? Valutando le possibilità di accedere alle agevolazioni ricorrendo, fin dal principio, al supporto di un professionista della finanza agevolata. Compila il modulo sottostante per una consulenza personalizzata.


Alessia Bernardi

Alessia Bernardi, business designer e consulente nell’ambito della finanza agevolata, è oggi a capo della Direzione Tecnica di Golden Group Spa. Assieme a più di 50 collaboratori, si occupa del reperimento di finanziamenti e contributi volti a favorire lo sviluppo di nuovi progetti di business.
Il suo obiettivo è quello di far comprendere a decision maker e aziende quanto sia fondamentale fare cultura della finanza agevolata come asset strategico e funzione aziendale in grado di incentivare gli investimenti e generare dunque differenziale competitivo.


Privacy Preference Center

Scarica la brochure

"*" indica i campi obbligatori

COME OTTENERE FINANZIAMENTI